La Biblioteca di Alessandria e l’elogio alla morte (da Istantanee dal Condominio)

Non esisteva in tutto il condominio una casa ricca di libri come quella del signor Pasquali.
Il pover’uomo aveva passato la vita ad insegnare nelle più prestigiose università, tenendo conferenze anche all’estero, scrivendo saggi sui più noti letterari e venendo apprezzato con sincerità da chi in quel settore sapeva quali pesci prendere.
Ora si ritrovava con una pensione scarsa a vivere in uno squallido appartamento ormai vecchio e polveroso.
Ma il signor Pasquali quasi non badava allo squallore in cui la sua vita si era ridotta così dalle stelle alle stalle, per lui la cosa importante erano i libri,
ed egli ancora ne leggeva di nuovi ogni giorno, per ore ed ore, non c’era nient’altro per il signor Pasquali.
All’anziano non importava di cosa parlassero quei libri, per lui contava solo leggerli: saggi sulla viticoltura, scritti di filosofia, poesia, manuali di economia, romanzi d’autore ecc.
Capitava che alcuni del condominio gli chiedessero consigli o libri in prestito, e lui cedeva volentieri perché l’amore che aveva per ciò che c’era scritto dentro quei libri dentro di lui era forte, e voleva diffonderlo il più possibile, che poi un po’ è il motivo per cui diventò professore per mestiere.
“Ho preso le mie medicine?” Urlò questi alla moglie nell’altra stanza.
“Ma com’è che te ne dimentichi sempre? Sì comunque.”
Il vecchio fece una tosse rauca e fastidiosa e si sistemò sulla vecchia poltrona di pelle marrone che ormai il tempo aveva corroso con il libro che stava leggendo in quel periodo: Elogio della morte, di un tale di nome Martinelli.
“Te lo chiedo sai perché? Penso che non le prenderò più.”
“Ma sei pazzo?” sbraitò la moglie continuando a lavare i piatti. “Moriresti agonizzando nel giro di un mese.”
“E beh? Che senso ha morire felice nel giro di un paio di anni? Sempre devo morire! E poi vecchio come sono la morte non mi impaurisce più, piuttosto mi incuriosisce.”
“Ma come puoi dire una cosa del genere?”
“Vedi Maria, io ho letto migliaia di libri nella mia vita, so tutto ciò che si dovrebbe sapere, il mio cervello è un magazzino, e dentro c’è la maggior parte della conoscenza umana”
“E non sei contento? Non ti senti soddisfatto?”
“Ma che dici? Come potrei essere soddisfatto se non posso conoscere più nulla di nuovo? I libri che continuo a leggere non fanno altro che citare, citare e ancora citare. La maggior parte dei grandi classici dice tutto, specialmente quelli latini e greci, poi c’è qualcosa di rivoluzionario dal settecento al novecento. Tutto il resto è già sentito. L’unica cosa che mi manca di conoscere è la morte, poiché tutto ciò che un uomo può conoscere in vita io lo so.” “Non dire cretinate, che fai mi lasci da sola? E io come faccio senza la tua pensione e da sola in casa? Mettiamo le corna e speriamo che il signore mi prende prima di te, che io sono stata casalinga a vita per te e non ho una lira di mio.”
“Non mi prendi sul serio da tanti anni.”
“Tu non pensi prima di parlare, ecco perché.”
“Passami la bottiglia di amaro e un bicchiere per favore.”- disse il signor Pasquali.
Si versò un bicchiere, e lo bevette, poi ne versò un’altro mezzo e bevette anche quello.

Ricordo

Ricordo tramonti all’ombra dei pini,
in quale direzione eravamo?
A occidente forse.

I tuoi seni nudi indossavano i raggi del sole
come gioielli, i tuoi capelli erano luce vera,
i tuoi occhi erano socchiusi al bagliore aureo,
le tue labbra contorte in un sorriso.

Ricordo mani toccarsi sotto un cielo grigio
e coprirsi a vicenda dal gelido vento invernale.

Nonostante tutto,
non avemmo mai paura dell’acqua e del gelo.

A colui che mi donò il nome

Nella stanza dove hai
lasciato le tue cose,
io sono.
Guardo le scatole nella penombra,
dirigo il mio pensiero
frenetico oltre il tempo,
ai giorni in cui tu fosti vivo,
ai dipinti e alle monete antiche.
Lezioni di politica per un me infante,
sermoni  contro i ricchi, contro i cardinali.
Una lacrima mi sfregia il volto:
son io degno di portare il tuo nome?
Nel giorno del tuo funerale,
una fiumana di gente venne a
rendere omaggio a chi donava l’arte:
non fosti uomo di Stato, non banchiere,
fosti un umile pittore!
Al mio funerale mi piangerà
altrettanta gente?
Tutto sommato, rispettosamente,
penso tu non possa lamentarti
del tuo percorso.
Vedesti una famiglia unita
al tuo capezzale, fosti amato
come padre, non temuto,
ma stimato!
Dov’è ora questa famiglia?
Si sperde per la strada,
cade fra le dita come la più
fine delle sabbie.
Prega compagno, amico,
padre, fratello, ch’io possa,
come te, morir felice; d’un
lauro tu possa il capo cingermi
e farmi non poeta dotto,
ma amato come tu fosti.
Che il riposo ti consoli,
che la morte non ti falci,
ma come una madre t’abbracci.

Elogio a un concerto dei Radiohead

Ricordo il desiderio
di una vita lenta.
Mano nella mano andare,
senza di tempo perire.

Non ci amiamo più si dice,
mi dici.
Eppure ieri sera ho sentito la nostra canzone
suonata dal vivo.

Il cantante gioiva e si contorceva,
perso in un’estasi
per me così lontana.

Sta di fatto che ho intravisto,
fra coltri universali, in quel momento,
una vita lenta,
mano nella mano andare,
senza di tempo perire.

E non voglio credere
al male che ci siamo fatti,
non voglio credere
che non ci amiamo più.

L’illusione

Il tempo dilatato
ed io dilaniato.
Dio! Insofferente ponesti
quest’anima pia al gioco,
avrà mai pace la tua o
la mia insofferenza?

Bacco perché mi abbandonasti?
Quale, o divino oltre gli dei,
fu la mia colpa?

Intanto ascolto le urla
sgraziate e malevole
di un indegno scribacchino.

Possa la morte cogliermi stanotte
mentre sogno un mondo
fatto di vinti che danno
alle fiamme inferno e paradiso,
cosicché io sia illuso,
e il veleno l’illusione.

Domande

Sarai la regina o la serva?
Sarai la materia che muore
o lo spazio che essa contiene?

In quali miserie e malattie
predicherai la tua litanie?

Sarai l’aratro inerme o colui
che, stanco e spento, lo muove?
In quali notti ti serrerai e a chi?

Sarai il tacito stiletto d’acciaio
o il caotico e infame mortaio?

Nelle estati del mio cuore,
nella radura dove i lupi vanno
a caccia, erigerò un tempio
in cui le pecore come me
esulteranno all’urlo:”Vendetta!”.

Sarai il foraggio del mio corpo stanco
o il proiettile che lo trafiggerà?

A queste domande risponderò
quando, vittorioso, mi sveglierò
sui tuoi seni, ancora affamato.

Il cieco

Terso oltre ogni orizzonte
è questo cielo grigio.
Da qui fin sulle montagne
lontane, azzurre.

Questo spettacolo se lo perde
un mendicante cieco.
Egli si ritrovava a passar
dalla via mentre, come con
il furore di un dio,
quelle nuvole sovrastano
il panorama circostante
cariche di pioggia e di lampi
da distribuire al primo
paese malcapitato.

Il cieco non vede, il cieco non sa.
Cosa può capirne di una
primavera in fiore?

Non v’è colore al mondo,
non paesaggio o bel corpo di donna
che egli possa capire.
Può toccare un seno
essere paragonato alla visione
della propria mano che lo tocca?

Eppure il cieco è felice,
non può guardarsi allo specchio.
Cosa vale la bellezza di un paesaggio
con la terribile visione
di un bambino che muore di fame?

Non vale il bene d’una bella donna
come il male che valgono le piaghe,
le ossa che si intravedono nella
dimagrata carne, le rughe, il sangue.

E quindi il cieco è felice,
e senza sapere a chi
sorride per la via.

Calabria

Calabria, che d’un bel sole
vai riempiendo l’aria,
bagnata a est e ovest
da  mari benevoli.

Nel mentre, con prosperoso seno,
una madre bella, una giovane donna
teneramente guarda il pargolo:
d’oro i suoi occhi, d’ebano i suoi ricci,

Calabria, mentre la semplice gente
beve il caffè, odoroso di sale,
io vado via.

Neanche il tempo di venirti a trovare,
devo già partire
per traversare il mare,
affrontando uno Scilla e un Carriddi
ormai sazi di sangue.

Alla solitudine

Il vuoto
che ho nel cuore
basta a colmare un
altrettanto vacuo Sole.

Vago è il mio piacere,
sazia la mia povera mentre,
delusa eternamente dai più,
dai meno m’aspetto di meglio.

Diogene da Sinope,
cullami fra le tue
terribili e sgraziate braccia.

Consacrami al nulla,
strazia la mia culla,
per mare lasciami morire,

poiché ad ogni mio male
anelo, come una falena alla fiamma
che la brucerà.

La guerra dei disgraziati

Esplosioni!
Ci stanno dichiarando guerra!
Correre, via, non c’è tempo,
affrettarsi!

Qual buon vento, croci
gelide conficcate nel terreno
come proiettili nella carne.

D’un tratto sembra
come se di questo conflitto
l’orrido sia esso stesso.

La barbarie ci tormenta!
Ogni giorno è una guerra
per chi non ha il pane,
ogni passo una marcia,
ogni giorno di lavoro una missione suicida,
per lo storpio, per il mendicante,
per il solitario, il matto.

Costoro, che nulla
hanno da perdere,
sono i veri soldati.
Che a loro sia resa eterna gloria!

Alle armi, fratelli reietti,
Questa pace vi vuole morti!

Ogni tuono sarà il vostro requiem,
dipingete col sangue vostro la
storia dei potenti,
fucilate i dotti, al ricco rubate tutto,

poiché questo mondo v’appartiene
di diritto, come ogni cosa del creato.
A voi è dato ogni bene,
l’empatia, la purezza e l’umiltà vostra
formeranno il nuovo mondo.

Andate e sparate,
insetti di oggi, eroi di domani!